E a Rimini arriva, da Genova, Nicolò Anselmi. Vescovo primaverile. Anzi, balneare

di Romano Curiale

«Intendiamo accogliere con gratitudine il nuovo pastore che il Santo Padre ha scelto per noi». Queste le parole con cui monsignor Lambiasi, vescovo di Rimini fino al compimento dei fatidici settantacinque anni, lo scorso settembre, ha annunciato il nuovo pastore che lo sostituirà: monsignor Nicolò Anselmi, da Genova.

Eh, già, caro Valli, sic transit gloria mundi… et Ecclesiae. Fino al giorno prima ti danno da governare una diocesi (se poi lo fai o, invece, la porti al tracollo poco importa), e il giorno dopo non servi più, se non a fare il jolly nelle parrocchie a corto di sacerdoti. Lo so per esperienza… Costuma così nella Chiesa della sacra primavera post-conciliare, dove il bene è diventato male e il male bene.

E in questa primavera sbocciano fiori proprio come il nuovo vescovo di Rimini. In effetti è un tipo primaverile, che ama le t-shirt (e non disdegna il torso nudo). Per questo confidiamo che si troverà a proprio agio ad agosto sulle spiagge adriatiche.

Chi è, dunque, il giovine rampollo di cotanta schiatta che s’insedierà a Rimini?

Monsignor Nicolò Anselmi, genovese, classe 1961, vescovo ausiliare di lungo corso a Genova. Ecco chi è. Era il 2015 quando il pontefice regnante lo scelse come ausiliare: quarto della terna, dicono a Genova.

Laureato in ingegneria, i suoi unici studi teologici sono quelli del seminario: niente licenza, niente dottorato. Eppure insegnava in seminario: sarà anche questo un effetto della sinodalità? Noi curiali di vecchia data non riusciamo a inerpicarci sulle impossibili scale di Escher del sinodo del sinodo del sinodo.

Le cronache ecclesiali ed ecclesiastiche genovesi raccontano che monsignor Nicolò sia praticamente un recordman nell’inanellare insuccessi nelle numerose iniziative intraprese. Certo la fantasia non manca al nostro ingegnere-vescovo coll’ambizione da imprenditore: ristorazione, commercio, accoglienza dei profughi, una sorta di piccolo seminario nel centro storico. Risultato? Pare che il chiostro romanico dell’XI secolo della basilica delle Vigne, di cui l’Anselmi è parroco, sia ingombro di materassi e mercanzia varia, una sorta di campo d’accoglienza. Tanto che è inagibile ai visitatori.

Le casse delle Vigne, un tempo fiorenti (è la parrocchia della Genova che conta), ora sono desolatamente vuote, e non solo quelle. Una collegiata, le Vigne, tra le più antiche e prestigiose, un gioiello in mezzo ai carruggi, con antichi parati e paliotti che – mugugnano i genovesi – sono finiti nelle maldestre mani di un sacrestano extracomunitario, nominato dal parroco, il quale ne ha fatto scempio, in una sorta di nemesi storica che riflette lo stato della chiesa che è in Genova. Sovvengono le parole del salmo: “Ha esteso i suoi tralci fino al mare e arrivavano al fiume i suoi germogli. Perché hai abbattuto la sua cinta e ogni viandante ne fa vendemmia?”.

È proprio così, caro Valli. Ovunque la cinta della vigna (in questo caso delle Vigne) del Signore è stata abbattuta e ogni viandante ne fa vendemmia.

Ora è la volta di Rimini.

Mi permetta un’ultima osservazione, caro Valli. Il nostro eterno ausiliare, che tanto si è adoperato a relegare i fedeli della Messa tradizionale in un oratorio in disuso e pericolante, insufficiente per il loro numero, da domani a Rimini si troverà gomito a gomito coi fedeli e i sacerdoti del priorato della San Pio X. Altra nemesi storica… ma questi non li potrà relegare da nessuna parte. Il che è bello ed istruttivo.

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Nella foto (ilponte.com), monsignor Anselmi con Francesco

 

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